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- La Società Alpinisti Tridentini (SAT) ha espresso forti preoccupazioni riguardo all'impatto ambientale e paesaggistico della costruzione di nuove vie ferrate, spingendo per interventi di manutenzione minimi e rispettosi del tracciato originale.
- Nel 2009, la Giunta Regionale del Veneto ha stanziato un finanziamento straordinario di 200.000 euro per il ripristino di sentieri alpini, vie ferrate e bivacchi danneggiati dalle nevicate, evidenziando la necessità di investimenti per la manutenzione.
- Una giornata con una guida alpina per affrontare una via ferrata può costare tra i 370 e i 500 euro, a seconda della difficoltà e dell'estensione del percorso, rendendo l'accesso alla montagna potenzialmente limitato per chi non dispone di grandi risorse economiche.
Un paesaggio ineguagliabile, caratterizzato da vette imponenti e percorsi che si dipanano tra valli e foreste plurisecolari. Ciononostante, in anni recenti, un evento inaspettato sta destando domande e preoccupazioni tra gli appassionati: la progressiva cessione a privati delle vie ferrate. Tale processo, apparentemente discreto, rischia di snaturare l’essenza stessa dell’esperienza alpina, ponendo quesiti essenziali sull’agibilità, la salvaguardia e la conduzione di questi importanti tragitti. La questione, tutt’altro che agevole, esige un’indagine accurata che tenga in considerazione le diverse angolazioni e gli interessi in gioco.
Da una parte, si evidenzia la necessità di assicurare la cura e la sicurezza delle vie ferrate esistenti, messe a dura prova dall’azione del tempo e dall’incremento smisurato del numero di visitatori. Infrastrutture come funi, scale e fissaggi richiedono interventi costanti per scongiurare incidenti e garantire la fruibilità dei percorsi in tutta sicurezza. D’altra parte, si teme il rischio di una mercificazione eccessiva della montagna, con conseguenze potenzialmente negative sull’ecosistema e sull’accessibilità per chiunque. Un’autorizzazione incondizionata alla privatizzazione potrebbe agevolare lo sviluppo di attività redditizie a scapito della conservazione del patrimonio naturalistico e della possibilità per tutti di apprezzare le bellezze delle Dolomiti.
La Società Alpinisti Tridentini (SAT), da sempre votata alla protezione dell’ambiente montano, ha assunto una posizione ferma e inequivocabile: stop alla realizzazione di nuove vie ferrate e interventi di manutenzione ridotti al minimo indispensabile, nel pieno rispetto del tracciato originale. Questa decisione, motivata dalla volontà di preservare l’autenticità dell’esperienza alpinistica e di evitare un’eccessiva antropizzazione della montagna, riflette una crescente consapevolezza dei rischi connessi a uno sviluppo turistico incontrollato. La SAT, in un documento ufficiale, ha espresso forti preoccupazioni riguardo all’impatto ambientale e paesaggistico della costruzione di nuove vie ferrate, sottolineando come queste infrastrutture possano favorire una frequentazione superficiale della montagna e mettere a rischio la biodiversità. Allo stesso tempo, la società riconosce l’importanza del turismo per l’economia locale e la necessità di garantire la sicurezza degli escursionisti. Per questo motivo, si dichiara disponibile a valutare interventi di ristrutturazione poco invasivi, caso per caso, privilegiando soluzioni che minimizzino l’impatto sull’ambiente e preservino il carattere originario dei percorsi. Tuttavia, la SAT non esclude la possibilità di dismettere una via ferrata qualora ritenga che l’intervento necessario la renda incompatibile con i principi del sodalizio.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda il ruolo degli enti privati nella realizzazione e gestione delle vie ferrate. Come sottolineato dalla SAT, le ultime ferrate costruite in Trentino sono state realizzate da soggetti privati, come gli impianti funiviari, e non rientrano nella competenza della società. Questo solleva interrogativi importanti su chi debba decidere quali vie ferrate devono essere costruite o manutenute, con quali criteri e chi si debba assumere la responsabilità in caso di incidenti. La manutenzione delle vie ferrate è un’attività complessa e onerosa, che richiede competenze specifiche e investimenti economici significativi. Spesso, i finanziamenti provengono da enti pubblici, come le regioni, ma non sempre questi fondi sono sufficienti a coprire tutti i costi necessari. La privatizzazione delle vie ferrate potrebbe portare a un aumento dei costi di accesso per gli escursionisti, limitando la possibilità per tutti di godere delle bellezze delle Dolomiti. Un esempio concreto è rappresentato dal finanziamento straordinario di 200.000 euro stanziato dalla Giunta Regionale del Veneto nel 2009 per il ripristino di sentieri alpini, vie ferrate e bivacchi danneggiati dalle nevicate. Ma questo tipo di intervento è sufficiente? E come vengono gestiti questi fondi?
[IMMAGINE=”Create a neorealistic and constructivist artwork representing the privatization of via ferratas in the Dolomites.
Visualize a mountain peak (Dolomites) divided vertically. On one side, depict a natural, untouched via ferrata with a lone alpinist in a desaturated cool color palette, emphasizing vertical lines. On the other side, portray a commercialized via ferrata with more people, modern metal constructions, a ticket booth, using desaturated cool color palette emphasizing horizontal lines. Include the logo of UNESCO, in an iconic manner, above the mountain.
Colors should be predominantly cool, desaturated blues, grays, and greens, with minimal warm accents.”]
Responsabilità e costi: un’analisi dettagliata
La questione della responsabilità in caso di incidenti rappresenta un aspetto particolarmente delicato e complesso. In linea generale, la responsabilità della manutenzione dei sentieri e delle vie ferrate ricade sull’ente locale competente, ovvero il Comune, a meno che il sentiero non si trovi all’interno di un Parco Nazionale o di una comunità montana. Nondimeno, è cruciale sottolineare che, sebbene il Club Alpino Italiano (CAI) si occupi della cura dei sentieri, non può essere ritenuto responsabile di eventuali sinistri che potrebbero avvenire lungo il percorso. Come ha affermato Vincenzo Torti, presidente generale del CAI, “Noi permettiamo l’esistenza e la percorribilità dei sentieri, ma questo non può tramutarsi in una forma di responsabilità”. Questa affermazione evidenzia come chi si avventura lungo una via ferrata debba essere consapevole dei rischi connessi e assumersi una parte di responsabilità per la propria sicurezza.
Chi percorre una via ferrata si assume un certo grado di rischio. È fondamentale essere consapevoli dei propri limiti, utilizzare l’attrezzatura adeguata e informarsi sulle condizioni del percorso prima di intraprendere l’escursione. In caso di incidente, la responsabilità può ricadere sull’escursionista stesso qualora abbia agito in modo imprudente o negligente. Ma cosa succede se l’incidente è causato da una mancanza di manutenzione della via ferrata? In questo caso, la responsabilità può ricadere sull’ente competente, che è tenuto a garantire la sicurezza dei percorsi. Tuttavia, dimostrare la negligenza dell’ente può risultare difficile e complesso, richiedendo spesso l’intervento di periti e consulenti tecnici.
Un ulteriore elemento da considerare è il costo di accesso alle vie ferrate. Molte vie ferrate sono ad accesso libero e gratuito, ma per affrontare i percorsi più impegnativi o per chi non ha esperienza è consigliabile affidarsi a una guida alpina. I prezzi applicati dalle guide alpine sono soggetti a variazioni, determinate principalmente dalla difficoltà e dall’estensione del percorso ferrato, oltre che dal numero di partecipanti. Ad esempio, una giornata con una guida alpina per una via ferrata può costare tra i 370 e i 500 euro, a seconda delle specifiche del percorso e del numero di clienti. A questi costi vanno aggiunti quelli degli impianti di risalita, del vitto e dell’alloggio, che possono incidere significativamente sul budget complessivo dell’escursione.
Questi costi possono rappresentare un ostacolo per chi non dispone di grandi risorse economiche, limitando l’accessibilità alla montagna per tutti. Se la privatizzazione delle vie ferrate dovesse portare a un aumento dei costi di accesso, si creerebbe una situazione iniqua in cui solo una ristretta élite potrebbe godere delle bellezze delle Dolomiti. È pertanto fondamentale che le istituzioni pubbliche e gli enti privati collaborino per garantire un accesso equo e sostenibile alla montagna, preservando al contempo la sua integrità e il suo valore culturale.
Nel 2021, la SAT ha deliberato di limitare la costruzione di nuove vie ferrate e di concentrarsi sulla manutenzione di quelle esistenti, adottando interventi poco invasivi. Questa decisione è scaturita anche dalle polemiche relative alla manutenzione della via ferrata Bepi Zac, dove l’utilizzo di piloni in cemento armato aveva suscitato forti critiche. La SAT, in accordo con il CAI Alto Adige e l’Alpenverein Südtirol, ha quindi optato per una linea più conservativa, rinunciando a progetti che prevedano nuove vie attrezzate a causa del loro impatto ambientale e paesaggistico.
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Voci dal territorio: alpinisti, rifugisti e amministratori
Per comprendere appieno l’impatto della privatizzazione delle vie ferrate, è indispensabile ascoltare le voci di coloro che vivono e frequentano la montagna: gli alpinisti, i gestori dei rifugi e i rappresentanti delle amministrazioni locali. Le loro opinioni, spesso divergenti, offrono una prospettiva preziosa sulle sfide e le opportunità connesse a questo fenomeno.
Daniel Rogger, guida alpina altoatesina, sottolinea come sia impossibile stabilire a priori se una via ferrata sia aperta o chiusa, poiché le condizioni meteorologiche in montagna possono variare rapidamente. “Parliamo sempre di alpinismo in ambiente selvaggio dove, anche linee con difficoltà tecniche medio basse, possono diventare molto impegnative per la posizione e per l’avvicinamento”, afferma Rogger, evidenziando l’importanza della preparazione e della prudenza nell’affrontare qualsiasi percorso alpino. Rogger insiste sulla necessità di una manutenzione costante delle vie ferrate e del controllo degli ancoraggi, soprattutto dopo le nevicate e i temporali, per garantire la sicurezza degli escursionisti.
Alcuni alpinisti, come emerge dal GognaBlog, esprimono una forte preoccupazione per la proliferazione delle vie ferrate, ritenendo che queste infrastrutture deturpino la bellezza naturale delle montagne. “È con tristezza che continuo a registrare iniziative di ‘valorizzazione’ in luoghi che invece dovrebbero mantenere intatto il loro valore naturale”, si legge nel blog, riflettendo un sentimento di nostalgia per una montagna più selvaggia e incontaminata.
I gestori dei rifugi si trovano a dover gestire un cambiamento significativo nelle aspettative dei frequentatori della montagna. Come evidenziato da Marco ed Emma, gestori di due rifugi delle Dolomiti, si registra una crescente richiesta di servizi e comfort, che rischia di trasformare i rifugi in “hotel d’alta quota”, snaturandone lo spirito originario. “Sempre più utenti vogliono camere private, bagni in camera, docce calde, cibo vario e abbondante. Ma il rifugio non è (o non dovrebbe essere) un hotel d’alta quota”, affermano Marco ed Emma, pur riconoscendo la necessità di offrire un certo livello di comfort per attrarre un pubblico più ampio e diversificato.
Le amministrazioni locali si trovano a dover bilanciare la tutela dell’ambiente con le esigenze dello sviluppo turistico. La costruzione e la manutenzione delle vie ferrate richiedono investimenti economici considerevoli, e spesso le amministrazioni devono fare i conti con risorse limitate. Inoltre, devono affrontare la delicata questione della responsabilità in caso di incidenti, che può comportare costi legali e risarcimenti.
La privatizzazione delle vie ferrate rappresenta quindi una sfida complessa, che richiede un approccio equilibrato e una visione a lungo termine. È fondamentale coinvolgere tutti gli attori interessati, dagli alpinisti ai gestori dei rifugi, dalle amministrazioni locali agli enti turistici, per trovare soluzioni che tutelino l’ambiente, garantiscano la sicurezza e promuovano un turismo sostenibile e responsabile.
Nel corso degli anni, la frequentazione delle vie ferrate ha subito un’evoluzione significativa. Come osserva Daniel Rogger, un tempo la Strada degli Alpini era una meta ambita da molti gruppi di alpinisti, ma richiedeva un’adeguata preparazione fisica e l’ascolto dei consigli delle guide alpine. Oggi, complice la diffusione dei social media, si assiste a una maggiore attenzione verso percorsi più “instagrammabili”, a discapito di vie storiche e altrettanto suggestive. La realizzazione di una nuova via ferrata è un processo complesso che richiede numerosi passaggi, dalla scelta del percorso alla valutazione dell’impatto ambientale. Come spiega Rogger, dopo un sopralluogo iniziale e la scelta del tracciato, è necessario coinvolgere un geologo e un ingegnere per calcolare la lunghezza e la posizione della via, nonché il tipo di materiali da utilizzare. Un altro aspetto fondamentale è la valutazione dell’impatto ambientale, che precede la fase di consultazione con i proprietari dei terreni, le “Regole” del Comelico e il Comune.
Verso un futuro sostenibile per l’alpinismo dolomitico
La privatizzazione delle vie ferrate nelle Dolomiti solleva una serie di interrogativi cruciali sul futuro dell’alpinismo e della fruizione della montagna. Se da un lato è innegabile la necessità di garantire la sicurezza e la manutenzione di questi percorsi, dall’altro è fondamentale preservare l’accessibilità per tutti e tutelare l’ambiente naturale. Un approccio equilibrato e sostenibile richiede un dialogo aperto e costruttivo tra tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni pubbliche agli enti privati, dagli alpinisti ai gestori dei rifugi.
È necessario definire criteri chiari e trasparenti per la realizzazione e la gestione delle vie ferrate, privilegiando soluzioni che minimizzino l’impatto ambientale e promuovano un turismo responsabile. È altresì importante garantire un accesso equo e sostenibile alla montagna, evitando che la privatizzazione porti a un aumento dei costi e a una limitazione della fruizione per chi non dispone di grandi risorse economiche.
La SAT, con la sua decisione di limitare la costruzione di nuove vie ferrate e di concentrarsi sulla manutenzione di quelle esistenti, ha lanciato un segnale importante. Ora è necessario che tutte le parti in causa si impegnino a trovare soluzioni innovative e condivise per preservare la bellezza delle Dolomiti e garantire un futuro sostenibile per l’alpinismo.
La gestione delle vie ferrate è un tema di grande attualità nel mondo della montagna. Fornire una panoramica generale è essenziale per chiunque si avvicini a questo ambiente. A livello base, è importante sapere che la manutenzione dei sentieri è spesso affidata al volontariato del CAI, ma la responsabilità legale ricade sugli enti pubblici proprietari dei terreni. Approfondendo, si scopre che le normative regionali differiscono notevolmente, creando un quadro complesso in cui la responsabilità e la gestione si intersecano. La privatizzazione aggiunge un ulteriore livello di complessità, richiedendo una riflessione su come bilanciare gli interessi economici con la tutela dell’ambiente e l’accessibilità per tutti.
Alpinismo e responsabilità: La montagna non è un parco giochi, ma un ambiente selvaggio che richiede rispetto e preparazione. Prima di intraprendere qualsiasi escursione, è fondamentale informarsi sulle condizioni del percorso, utilizzare l’attrezzatura adeguata e valutare attentamente i propri limiti. La consapevolezza dei rischi e l’assunzione di responsabilità sono elementi imprescindibili per vivere la montagna in sicurezza e nel rispetto dell’ambiente. Non si può delegare completamente la propria incolumità ad altri, che siano gestori di impianti, guide alpine o enti pubblici.
*Sempre più frequentatori desiderano alloggi con servizi privati, come toilette e docce in camera, oltre a una scelta di cibo più varia e porzioni abbondanti.







