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- Lo spopolamento delle aree montane in Italia ha causato una perdita stimata del 6,2% dei residenti dal 2015, evidenziando la necessità di interventi mirati.
- Tra il 2020 e il 2022, i comuni montani hanno subito un calo demografico dell'1,6%, con l'Abruzzo che ha registrato un calo del 2,4%, sottolineando l'urgenza di affrontare l'invecchiamento della popolazione e la fuga dei giovani.
- La legge del 12 settembre 2025, n. 131, introduce agevolazioni fiscali per incentivare lo smart working nei comuni montani con meno di 5.000 abitanti, collegando l'occupazione flessibile a stimoli strutturali per favorire la rigenerazione territoriale.
Spopolamento: un declino complesso
Il fenomeno dello spopolamento delle aree montane in Italia rappresenta una sfida complessa, radicata in una combinazione di fattori economici e sociali. La mancanza di opportunità lavorative, soprattutto per i giovani, costringe le nuove generazioni a cercare fortuna altrove, svuotando progressivamente i borghi montani. Le attività tradizionali, come l’agricoltura e l’allevamento, spesso non garantiscono più un reddito sufficiente, accelerando l’esodo verso i centri urbani o, peggio ancora, verso l’estero. A ciò si aggiunge la carenza di servizi essenziali, quali scuole, ospedali e trasporti pubblici efficienti, che rende la vita in montagna più difficile e disagevole. L’isolamento geografico e la mancanza di infrastrutture adeguate, come la connessione internet a banda larga, contribuiscono ulteriormente a marginalizzare queste aree, relegandole ai margini dello sviluppo. La conseguenza è un progressivo invecchiamento della popolazione residente e un deterioramento del tessuto sociale e culturale. A livello nazionale, la perdita di residenti nei comuni montani è stimata al 6,2% dal 2015. Tuttavia, è importante sottolineare che alcune aree montane, come il Trentino-Alto Adige, sono riuscite a invertire questa tendenza grazie a politiche mirate di sostegno all’economia locale e alla valorizzazione del territorio.
Il declino demografico non è un fenomeno nuovo. Già negli anni ’30, l’appennino ha visto un esodo di massa, in particolare di uomini, a causa della perdita di redditività dell’allevamento e della silvicoltura. Tra il 2015 e il 2022, la popolazione abruzzese è calata del 3,8%, mentre i comuni montani hanno subito un calo del 6,2%. Questa contrazione è superiore alla media dei territori montuosi del paese. La Puglia ha registrato la più alta diminuzione di popolazione nei suoi comuni montani, con una flessione a doppia cifra. Questo trend si è confermato anche durante la pandemia: tra il 2020 e il 2022, i comuni montani hanno perso l’1,6% dei residenti, e l’Abruzzo ha registrato un calo del 2,4%. La causa principale di questo spopolamento è la maggiore anzianità della popolazione e la tendenza dei giovani a trasferirsi per mancanza di opportunità. Tuttavia, alcune analisi dimostrano che questa tendenza non è ineluttabile. Alcuni studi hanno individuato nella capacità di adattamento di un territorio la variabile chiave per contrastare lo spopolamento. I territori con un contesto socio-economico diversificato, un elevato livello di occupazione femminile e una bassa esposizione al rischio di vulnerabilità sociale e materiale dimostrano una maggiore capacità di adattamento. Anche l’incidenza di residenti con almeno il diploma è un fattore cruciale. Le aree urbane e costiere mostrano una maggiore adattabilità rispetto ai comuni montani. Molti comuni montani abruzzesi sono classificabili come “a combustione lenta”, con uno spopolamento cronico e apparentemente irreversibile. Per contrastare questa tendenza, è essenziale investire sui fattori di sviluppo prioritari, come l’offerta educativa e il contesto socio-economico. Tuttavia, questi territori spesso hanno una scarsa capacità di utilizzare i fondi disponibili a causa della complessità delle misure elaborate dagli apparati pubblici e della mancanza di competenze dei destinatari dei finanziamenti. È quindi necessario rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali e coinvolgere le comunità residenti.

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Turismo sostenibile e alpinismo: opportunità di rilancio
Nonostante le sfide, le aree montane italiane possiedono un patrimonio unico e inestimabile, che può essere valorizzato attraverso il turismo sostenibile. Paesaggi mozzafiato, biodiversità, tradizioni culturali e un’enogastronomia di eccellenza rappresentano un’attrattiva per un turismo responsabile, che rispetta l’ambiente, promuove la cultura locale e crea opportunità di lavoro per gli abitanti. L’alpinismo, in particolare, può essere un volano per lo sviluppo locale, attirando appassionati da tutto il mondo e generando un indotto economico significativo. Tuttavia, è necessario un approccio integrato, che coinvolga le comunità locali, le istituzioni e gli operatori turistici, per garantire che il turismo sia gestito in modo responsabile e sostenibile.
Lo smart working emerge come una possibile leva di rigenerazione territoriale. La legge del 12 settembre 2025, n. 131, introduce agevolazioni fiscali differenziate nel tempo per le aziende e i lavoratori che optano per l’impiego flessibile nei comuni montani. Per poter usufruire dell’esonero, le imprese devono promuovere il lavoro agile come modalità ordinaria e i lavoratori devono avere un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, non aver compiuto 41 anni, svolgere stabilmente la prestazione in modalità di lavoro agile, lavorare e risiedere in un comune montano con meno di 5.000 abitanti e aver spostato la propria residenza primaria e domicilio da un comune non montano a quello montano di impiego. Queste disposizioni segnano una svolta, poiché connettono l’occupazione flessibile a stimoli strutturali inseriti in un quadro normativo nazionale. Lo smart working da solo non basta, serve un sistema integrato con altri strumenti e politiche. La Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) coinvolge numerose zone montane e interne con piani mirati per servizi essenziali, sostegni alle imprese locali e sviluppo di percorsi attrattivi. La legge sulla montagna prevede finanziamenti statali per servizi, sgravi per le imprese e incentivi per chi si trasferisce in queste aree. Interventi su istruzione e contrasto alla dispersione scolastica, innovazione, formazione e ricerca locale, e l’iniziativa Leader e Gruppi di Azione Locale completano il quadro. Analizzando le misure esistenti e quelle potenziali, emergono alcuni modelli e interazioni efficaci: residenza lavorativa permanente, hub ibridi locali, mobilità e connessioni fisiche e digitali, servizi essenziali localizzati, incentivi demografici e governance locale forte e partecipativa.
Nonostante le potenzialità, permangono ostacoli importanti: infrastrutture digitali inadeguate, carenza di servizi essenziali, vincoli demografici e culturali, sostenibilità economica e rischio di marginalizzazione digitale. Coordinando lo smart working con strategie territoriali integrate si può innescare un processo virtuoso: il lavoro agile attrae individui, i quali richiedono servizi a livello locale. La stabilità demografica, a sua volta, conferisce solidità finanziaria alle iniziative locali.
L’aumento dell’attrattività territoriale incentiva un nuovo popolamento.
Tuttavia, la piena realizzazione di questo potenziale è subordinata alla continuità e all’adeguatezza degli investimenti. Il lavoro agile, gli incentivi finanziari, i servizi, le infrastrutture, l’educazione e la governance devono far parte di una visione strategica unificata.
Rinascita dei borghi: storie di successo
Molte iniziative di recupero e valorizzazione dei borghi abbandonati hanno dimostrato che è possibile invertire la tendenza allo spopolamento. Alcuni borghi sono stati trasformati in alberghi diffusi, offrendo ai turisti un’esperienza autentica e immersiva nella cultura locale. Altri sono stati ripopolati da giovani imprenditori che hanno deciso di investire in attività innovative, come l’agricoltura biologica, l’artigianato locale e il turismo esperienziale. Questi progetti spesso si basano sul recupero di antichi mestieri e sulla valorizzazione dei prodotti tipici locali, creando un’economia circolare che coinvolge l’intera comunità. Un esempio virtuoso è rappresentato dal borgo di Castel del Giudice, in Molise, dove le antiche stalle sono state trasformate in un albergo diffuso, Borgotufi. Il borgo offre ai turisti la possibilità di esplorare il territorio a piedi o in bicicletta, di partecipare alla raccolta delle mele e di degustare i prodotti tipici locali. Un’altra storia di successo è quella di Elena Piva e Nicola Cazzaniga, che hanno lasciato la città per trasferirsi sull’Appennino Emiliano, dove hanno recuperato un vecchio casale e hanno avviato un’azienda agricola. Elena e Nicola producono yogurt, robiole e caprini con il latte delle loro capre, e hanno dato vita al progetto Lana di Montagna Alta Val Taro, che si propone di recuperare e valorizzare la lana delle pecore locali. Questi esempi dimostrano che il recupero dei borghi abbandonati non è solo un’operazione di restauro architettonico, ma un vero e proprio progetto di rigenerazione sociale ed economica, che richiede la partecipazione attiva della comunità locale e la capacità di creare nuove opportunità di lavoro. Il Pnnr, il piano di rilancio del Paese dopo la crisi pandemica, prevede risorse per sostenere progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica di borghi a rischio abbandono. Sono stati scelti i primi 21 piccoli centri italiani che beneficeranno del Piano Borghi del Pnnr. Ogni intervento ammonta a 20 milioni di euro e mira al rilancio economico e sociale della località. I progetti dovranno includere l’istituzione di nuove funzioni, infrastrutture e servizi nell’ambito della cultura, del turismo, del sociale o della ricerca. Ciò potrebbe tradursi in scuole o accademie di arti e mestieri culturali, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, strutture residenziali sanitarie assistenziali per iniziative a sfondo culturale, e alloggi per famiglie di smart worker e nomadi digitali. Esistono molte associazioni che si occupano dei piccoli centri italiani, come quella dei Borghi più belli d’Italia, o la mappatura delle Bandiere Arancioni del Touring club. Dal 1951 al 2019, i 307 comuni dell’associazione Borghi più belli d’Italia hanno perso ben 185mila abitanti. Complessivamente, 83 borghi stanno affrontando un processo di spopolamento.
Il difficile biennio segnato dal Covid ha indotto molti residenti urbani a riconsiderare le proprie priorità, spingendoli a cercare, fuori dalla città, non solo sicurezza e distanziamento, ma anche ritmi di vita più umani, alimenti e aria più salubri, comunità più accoglienti e inclusive, e un maggiore contatto con la natura e uno stile di vita lento. Inoltre, il telelavoro, lo smart working e la nuova impostazione dell’ufficio emersa durante la pandemia hanno contribuito a promuovere la delocalizzazione del lavoro intellettuale, delle postazioni operative e dei team professionali verso future configurazioni di “aziende diffuse” ancora in gran parte da inventare. L’Italia ha investito nell’acquisto di seconde case o ha addirittura deciso di ristrutturare antichi casali, baite, stazzi o fattorie, operando un radicale cambiamento dello stile di vita. Questa è l’Italia dei “contadini di ritorno” che ritornano ai paesi dei nonni per rivitalizzare greggi o vigneti, pur avendo una laurea in scienze agrarie e le competenze necessarie per promuoversi sui social network. È l’Italia degli chef che aprono attività in quota per produrre le proprie materie prime tra orti e campi biologici; di coloro che si reinventano guide esperienziali, fondano festival culturali, ripristinano siti storici e sentieri, rivitalizzando antichi tesori con strumenti moderni. È l’Italia autentica e verde che accoglie un numero crescente di stranieri in cerca di genuinità e armonia, per un fine settimana, per un’estate o per la vita intera.
Riflessioni conclusive: tra resilienza e visione futura
Le comunità montane abbandonate rappresentano una sfida complessa e articolata, ma anche una straordinaria opportunità di ripensare il nostro rapporto con il territorio e con le nostre radici. La resilienza di queste comunità, la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti e di reinventarsi, è un esempio per tutti noi. Ma la resilienza da sola non basta. È necessario un cambio di paradigma, una visione strategica che metta al centro la sostenibilità, la valorizzazione delle risorse locali e la partecipazione attiva delle comunità. È necessario investire nell’istruzione, nella formazione, nelle infrastrutture digitali e nei servizi essenziali, per creare un ambiente favorevole all’innovazione e all’imprenditorialità. Ed è necessario promuovere un turismo responsabile, che rispetti l’ambiente, la cultura locale e le tradizioni. Solo così potremo trasformare le sfide in opportunità e costruire un futuro migliore per le comunità montane e per l’intero Paese.
Amici appassionati di montagna e alpinismo, riflettiamo insieme su questo tema. Spesso ci concentriamo sulle vette, sulle imprese eroiche, sulla sfida con la natura. Ma non dimentichiamoci che la montagna è anche vita, è storia, è cultura. E che la scomparsa delle comunità montane impoverisce tutti noi. Una nozione base di alpinismo ci insegna che il rispetto per la montagna passa anche attraverso il rispetto per le persone che la abitano. Una nozione avanzata ci invita a considerare l’alpinismo non solo come una pratica sportiva, ma come un’opportunità di incontro e di scambio culturale, come un modo per contribuire allo sviluppo sostenibile delle comunità montane. Cerchiamo di essere alpinisti consapevoli, che amano la montagna e che si impegnano per proteggerla e per valorizzarla.
- Approfondimenti sui progetti di sostenibilità e turismo responsabile in Trentino.
- Sostegno economico ai comuni, un esempio di politica per le aree montane.
- Dati statistici ufficiali sullo spopolamento dei comuni montani abruzzesi.
- Analisi demografica dello spopolamento dei comuni montani abruzzesi dal 1970.







