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- Nel XIX e XX secolo, le abitudini alimentari nelle Alpi lombarde erano strettamente legate alle dinamiche sociali e politiche, come dimostra l'introduzione del mais intorno al 1630.
- La polenta, sebbene essenziale, contribuì alla diffusione della pellagra a causa della carenza di proteine, con Clusone come una delle zone più colpite.
- Solo nel XX secolo, con l'affrancamento delle donne dalle mansioni agricole più gravose, si assistette a un miglioramento del regime alimentare, ma per un consumo rilevante di carne si dovette attendere la «grande trasformazione» degli anni '60.
La proposta di candidare la ricchezza culinaria delle Alpi, promossa da Svizzera, Francia, Italia e Slovenia, alla lista del Patrimonio Immateriale UNESCO, rappresenta un passo rilevante verso la celebrazione delle tradizioni gastronomiche montane. Questa designazione, se accettata, seguirebbe l’esempio della Cucina italiana, onorando il secolare impegno di agricoltori e allevatrici che hanno saputo calibrare e diversificare le proprie attività agricole e culinarie all’ambiente alpino. Un libro recente, “L’alimentazione contadina alpina” di Michele Corti, offre una visione approfondita dell’evoluzione di queste usanze nelle montagne lombarde tra il XIX e il XX secolo.
Radici e Trasformazioni dell’Alimentazione Alpina
Michele Corti, a capo dell’associazione “Pastoralismo alpino”, esplora in 386 pagine, corredate da circa cinquanta pagine di fotografie, l’analisi della produzione e del consumo di cibo sulle Alpi tra il 1800 e il 1960. L’autore mette in risalto come le abitudini alimentari fossero intimamente connesse alle dinamiche sociali e politiche del periodo. Un caso esemplare è l’introduzione del mais in Lombardia intorno al 1630, che, nonostante le obiezioni degli esperti di agronomia, divenne un alimento di base per i contadini, offrendo un’opzione più accessibile rispetto al pane, spesso raffermo e deteriorato. “Si panificava una volta al mese, o anche più di rado, per risparmiare sulla legna, scarsissima. Una polenta calda e fumante era cento volte meglio di questi pani”, afferma Corti, evidenziando le priorità e le difficoltà dell’epoca.

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Polenta, Castagne e Formaggio: Pilastri della Dieta Montana
La polenta, nonostante fosse un alimento essenziale, non era priva di effetti negativi. La sua predominanza, associata alla carenza di proteine, contribuì alla propagazione della pellagra, una malattia che provocava disturbi psichici e decesso. Clusone, in particolare, fu una delle zone più flagellate da questa malattia. Tuttavia, la polenta veniva impiegata in svariati modi, dando vita a specialità come la taragna e i “gnòch in del lac”. Altri elementi caratterizzanti della gastronomia montana bergamasca comprendevano la disidratazione delle castagne in bassa Val Seriana e la transumanza dei pastori, dediti alla produzione di formaggi ricchi di grassi e all’allevamento di suini.
Evoluzione e Modernizzazione dell’Alimentazione
Corti evidenzia come solo nel XX secolo, con l’affrancamento delle donne dalle mansioni agricole più gravose, si verificò un miglioramento del regime alimentare, grazie alla diffusione di orti e allevamenti di pollame. Tuttavia, per raggiungere un consumo rilevante di carne, fu necessario attendere la “grande trasformazione” degli anni ’60. Al contrario, la coltivazione della vite registrò un declino nel corso dell’Ottocento, a causa di malattie provenienti dal continente americano.
Un Futuro per il Patrimonio Alimentare Alpino: Tra Tradizione e Innovazione
La proposta avanzata all’UNESCO, unita al significativo lavoro realizzato da personalità accademiche come Michele Corti, evidenzia l’importanza fondamentale della conservazione del patrimonio alimentare alpino. Non si tratta unicamente di una semplice collezione di ricette o ingredienti vari; esso rappresenta piuttosto un intricato sistema di conoscenze, pratiche tradizionali e valori culturali che hanno plasmato identità radicate nelle comunità montane. Una sfida emergente ci chiama a coniugare in modo rispettoso la tutela delle tradizioni secolari con elementi innovativi orientati alla sostenibilità ambientale. Solo così potremo garantire alle future generazioni una fonte nutrizionale di inestimabile valore storico.
Caro lettore amante della montagna, ti invito a fermarti per qualche istante: quante occasioni abbiamo avuto nella nostra vita per assaporare specialità locali nei rifugi senza mai interrogarci sulla narrativa profondissima dietro ciascun ingrediente? Conoscere origine ed evoluzione dell’alimentazione agricola propria della zona alpina apre nuovi orizzonti nel nostro gusto culinario riscoprendo esperienze genuine; inoltre offre spunti significativi su quel filo invisibile presente tra alimentazione locale, territorio circostante, comunità umane.
Un aspetto chiave da tenere sempre presente consiste nel fatto che l’identità culinaria delle regioni alpine si fonda essenzialmente sulla ciclicità dei prodotti offerti dalla natura disponibile durante le diverse stagioni. Ciò significa che le preparazioni culinarie si adattano al trascorrere dell’anno e alle risorse fornite dall’ambiente circostante.
Inoltre, esiste un principio più complesso: la biodiversità alimentare. Le Alpi fungono da autentico custode della diversità biologica con una vasta gamma di specie vegetali e animali indigene che costituiscono un valore genetico da tutelare con attenzione. Riscoprire e valorizzare tali varietà contribuisce a rendere i sistemi agricoli montani maggiormente resilienti e incentiva pratiche alimentari sostenibili per una salute migliore.
Pertanto, nella prossima occasione in cui assaporerete una polenta calda oppure del formaggio prodotto nei pascoli alpini, meditate su questi aspetti e lasciatevi trasportare dalla suggestione dei sapori delle montagne alpine.
*Frasi riformulate:
La cottura del pane avveniva raramente, forse una volta al mese, per contenere il consumo di legna, una risorsa assai limitata.
* La preparazione del pane era un evento infrequente, a volte persino mensile, allo scopo di economizzare sulla legna, bene estremamente raro.







