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Alpe di Poti: come un tesoro nascosto può rinascere?

Scopri la storia millenaria e il potenziale inespresso di questa dorsale aretina, tra abbandono, resilienza e nuove opportunità di valorizzazione turistica.
  • L'alpe di poti, formatasi circa 26 milioni di anni fa nel miocene, culmina a 974 metri di altitudine, influenzando il paesaggio e la storia aretina.
  • L'acquedotto vasariano del 1603 simboleggia il legame tra arezzo e l'alpe, mentre lo sfruttamento delle acque minerali cessò tra il 1980 e il 2002, segnando un cambiamento nell'economia locale.
  • Tra il 1943 e il 1944, l'alpe fu teatro di eventi bellici, con rappresaglie che culminarono il 14 luglio 1944, ma la liberazione dell'alpe il 16 luglio 1944 portò alla liberazione di arezzo.

L’Alpe di Poti, una dorsale montuosa situata nelle vicinanze di Arezzo, affonda le sue radici geologiche nel lontano Miocene, circa 26 milioni di anni fa. Culminando a 974 metri di altitudine, questa formazione montuosa ha esercitato un’influenza secolare sul paesaggio e sulla storia della regione. Il suo nome, secondo gli studi etimologici, potrebbe derivare dall’antroponimo “Potius”, sebbene il termine “alpesium” abbia origini prelatine e indichi genericamente montagne e alture, testimoniando l’importanza che questa dorsale rivestiva nel panorama locale fin da tempi remoti.

Un mosaico di natura e storia

L’Alpe di Poti racchiude un patrimonio naturalistico di inestimabile valore, con aree come il colle di San Cornelio, la zona archeologica di Castelsecco e le Brughiere dell’Alpe di Poti, quest’ultime inserite nella Rete Natura 2000. Questi ambienti custodiscono specie rare e habitat di pregio, sempre più minacciati. Verso sud-est, la catena montuosa si allunga dalla Foce di Scopetone, abbracciando il Monte Favalto, il Monte Dogana e la località Giogo, fino a raggiungere il valico di Santa Maria della Rassinata. Oltrepassato il passo, si incontrano l’insediamento tardomedievale di Ranchetto, San Cassiano e il Poggio dei Dazzi, tutti prospicienti sulla vallata del Cerfone. A nord, il corso d’acqua Chiassa scolpisce il territorio fino al valico della Scheggia, un’area storicamente cruciale per i collegamenti transappenninici. Dalle pendici della montagna sgorga la sorgente del Castro, le cui acque attraversano il cuore storico di Arezzo per riaffiorare in via Fiorentina. L’Alpe ha da sempre rappresentato un’essenziale riserva idrica, una risorsa vitale per la città e le aree rurali circostanti. Reperti romani testimoniano l’esistenza di un antico acquedotto, mentre quello vasariano, realizzato nel 1603, convogliava l’acqua fino al serbatoio e alla fontana di Piazza Grande, simbolo del legame secolare tra Arezzo e la sua montagna. Nel corso del Novecento, l’Alpe conobbe un breve periodo di sfruttamento delle sue acque minerali, con le fonti Abetina (la cui attività cessò nel 1980) e Fontemura (nel 2002), oggi entrambe in stato di abbandono e rovina, ma che nondimeno hanno costituito un capitolo significativo nell’economia locale.

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Vie di comunicazione e controllo del territorio

Le Vie di comunicazione e il controllo del territorio. La linea di demarcazione idrografica tra Arezzo e la Valtiberina è percorsa da una fitta rete di percorsi, incluse strade vicinali, poderali, borghi e abitazioni isolate, che in passato fungevano da presidio per il territorio e che oggi sono in parte disabitate. Fra le principali vie di comunicazione si segnalano la Strada Provinciale della Libbia, originaria del periodo Napoleonico, la strada Anconetana, l’ex SS73 e la E78. La rete stradale secondaria è documentata nelle mappe dei sentieri promosse dalla Provincia tra il 1988 e il 2006, quali il “Sentiero 50” e la “Carta dei sentieri della Valtiberina”. L’antica Via Tarlatesca ripropone il percorso che un tempo collegava Arezzo, Anghiari e la Val Marecchia, essenziale per i collegamenti con l’Adriatico prima della costruzione delle strade ottocentesche. La storia dell’Alpe ha esercitato un’influenza profonda su quella di Arezzo per un periodo di almeno tre millenni, estendendosi dall’età etrusco-romana al Medioevo, dal Rinascimento alla contemporaneità. I suoi percorsi hanno favorito un intenso scambio di beni e idee tra la Marca Toscana, l’Alta Valtiberina e Arezzo. Ricca di siti d’arte e luoghi di culto, l’Alpe è stata anche teatro di numerosi scontri tra eserciti e gruppi armati. Durante i secoli VI e VII, la zona fu integrata nel sistema difensivo bizantino per contrastare le invasioni dei Longobardi. A controllare i punti di attraversamento del fondovalle vi erano due fortificazioni: una situata sul Monte Castellaccio e l’altra, Pietramala, appartenente alla famiglia Tarlati, distrutta dai fiorentini nel 1385, eventi che sottolineano il rilievo strategico di quest’area nel controllo del territorio. L’itinerario dell’ex ferrovia dell’Appennino Centrale serpeggia lungo la piana da Palazzo del Pero fino a Le Ville, puntando verso Anghiari e Sansepolcro, e tuttora conserva importanti vestigia di archeologia industriale. Tra il 1943 e il 1944, l’Alpe fu attraversata dalle truppe tedesche in ritirata e dalle prime formazioni partigiane aretine. Qui ebbe origine la Brigata Pio Borri. Il 14 luglio 1944 rappresentò uno dei giorni più funesti per la comunità locale: atti di rappresaglia tedeschi provocarono numerose perdite umane tra Mulin del Falchi, San Polo e San Severo. Le forze alleate e i resistenti avanzarono attraverso Santa Maria alla Rassinata e il Monte Dogana. Il 16 luglio 1944, con la liberazione dell’Alpe, Arezzo fu anch’essa liberata, un successo reso possibile anche dalla profonda conoscenza dei sentieri montani da parte dei civili che collaborarono con la Resistenza.

L’abbandono e la resilienza

Nella seconda metà del Novecento, a seguito del suo progressivo abbandono, l’Alpe divenne la “montagna degli aretini”, una meta estiva equiparabile a Vallombrosa per i fiorentini. Il Villaggio di Poti, un tempo molto frequentato, è oggi inghiottito dalla vegetazione e dall’incuria: strutture danneggiate, crolli, accumuli di detriti, edifici che un tempo ospitavano famiglie sono ora ridotti a rovine. Una situazione simile si riscontra in numerosi borghi e abitazioni sparse. Il degrado è evidente lungo i sentieri sconnessi, che con le prime piogge si trasformano in corsi d’acqua impetuosi, mentre la città osserva il declino della sua montagna senza una strategia coerente di tutela e valorizzazione, rendendosi così più esposta agli effetti dei cambiamenti climatici. La riqualificazione urbana non può limitarsi all’ambito cittadino, ma deve estendersi anche alle aree collinari e montane. Un territorio fragile e trascurato è inevitabilmente destinato al collasso. Tuttavia, emergono segnali di resistenza grazie a iniziative come L’Ardita, Poti a Piedi, i concerti della Casa del Vento, la Festa della Montagna e gli eventi promossi dalla Fattoria in Cammino, a testimonianza che una parte della comunità non intende rinunciare all’Alpe di Poti e alla sua ricca storia.

Un futuro da (ri)scoprire: l’Alpe di Poti tra memoria e innovazione

L’Alpe di Poti, con la sua storia millenaria e il suo patrimonio naturalistico, rappresenta un tesoro da riscoprire e valorizzare. La sua importanza strategica nel controllo del territorio, le sue vie di comunicazione, le sue risorse idriche e la sua storia partigiana ne fanno un luogo ricco di significato e di memoria. Tuttavia, l’abbandono e il degrado che hanno colpito l’Alpe negli ultimi decenni ne minacciano l’identità e la resilienza. È necessario un impegno congiunto da parte delle istituzioni, della comunità locale e degli operatori economici per promuovere una politica di difesa e valorizzazione che tenga conto della sua storia, della sua natura e del suo potenziale turistico. Solo così l’Alpe di Poti potrà tornare a essere un luogo vivo e dinamico, capace di attrarre visitatori e di offrire opportunità di sviluppo sostenibile per le comunità locali.

Amici appassionati di montagna, riflettiamo un attimo. Quante volte abbiamo sentito parlare di “turismo sostenibile” o di “valorizzazione del territorio”? Ecco, l’Alpe di Poti è un esempio lampante di come questi concetti possano tradursi in realtà. Ma cosa significa davvero “valorizzare un territorio montano”?

Partiamo dalle basi: significa conoscere la sua storia, rispettare la sua natura e promuovere le sue tradizioni. Significa creare un’offerta turistica che sia in armonia con l’ambiente, che coinvolga le comunità locali e che generi benefici economici duraturi.

E ora, alziamo l’asticella. Una valorizzazione avanzata del territorio montano implica anche la capacità di innovare, di sperimentare nuove forme di turismo e di adattarsi ai cambiamenti climatici. Significa investire in infrastrutture sostenibili, promuovere l’agricoltura di montagna e sostenere le attività artigianali.

L’Alpe di Poti ha tutte le carte in regola per diventare un modello di valorizzazione del territorio montano. Ma per farlo, è necessario un cambio di mentalità, un impegno concreto e una visione a lungo termine. E tu, cosa ne pensi? Quale futuro immagini per l’Alpe di Poti?


Articolo e immagini generati dall’AI, senza interventi da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il suo contenuto.(scopri di più)
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